Igor Checchini
Esperimento non innovativo ma sicuramente singolare quello che i TARM fanno sui loro brani, coadiuvati dalla Abbey Town Jazz Orchestra (che pure loro per comodità di scrittura d’ora in poi diventeranno ATJO) portano in una piccola tournè che a quanto pare si chiude al Teatro De Micheli di Copparo (FE), patria natale di chi scrive. Inserito in un quartetto d’eventi di spessore (sempre al teatro copparese, si sono esibiti in date precedenti Giovanni Lindo Ferretti, Pierpaolo Capovilla e Riccardo Sinigallia), chiude questa rassegna il connubio tra un cantautorato rock del nordest della penisola e lo swing che ammicca all’oltreoceano, connubio che suona a pennello all’interno di quel piccolo gioiello che è il Teatro De Micheli, splendida struttura in un paesone di poco meno di 17000 abitanti (permettetemi un po’ di campanilismo e di geografia). Teatro quasi pieno, fan con la classica mascherina dei TARM, davvero pochi i posti a sedere lasciati liberi, e poco lo spazio sul palco poichè occupato dai venti elementi della ATJO: l’approccio è quello del concerto jazz, il direttore d’orchestra dà il via alla performance e subito l’aria è permeata da note di swing, piacevole esordio in un venerdì sera in cui non s’è fatto altro che accecarsi guardando l’eclissi solare mattutina. Un brano strumentale che scalda l’atmosfera, e poi ecco entrare uno yeti chiamato Davide Toffolo, che con la sua tuta fatta di giungla fa stilisticamente a pugni con l’eleganza dell’orchestra che però ovviamente indossa la mascherina segno distintivo dei TARM. Inizia così il concerto vero e proprio, che in questa chiave riarrangiata dal mio punto di vista esalta molto di più i testi dei TARM, e rende l’esibizione estremamente godevole (anche se c’è chi a due terzi del concerto non approva a pieno e preferisce uscire); la voce di Toffolo, supportata in alcuni brani da una controvoce femminile, si incastra perfettamente nella dimensione swing (il mood in questa prima parte di concerto è quello degli anni ’50) dei primi brani, da Signorina PrimavoltaIl Mondo Prima. Con l’arrivo sul palco del batterista Luca Masseroni, si avanza un po’ con gli anni e i brani assumono una sfumatura più dub, e la cosa non lo nego mi piglia benissimo: l’ensemble ci propone il “classico dubbato” Primitivi Del FuturoPuoi Dirlo A Tutti ed il pubblico inizia ad ondeggiare con più spensieratezza sulle poltroncine, soprattutto quella ragazza che un paio di file davanti a dove sono posizionato io si sta sorseggiando bottigliette da mezzo litro di vino probabilmente della Lidl, e battendo le mani fuoritempo vince di gran carriera il premio “ubriachezza fuoriluogo”, anche detto “Gazza Teatrale” dagli esperti del settore. Il leader del gruppo prosegue poi la sua carrellata temporale, arrivando agli anni ’90 e spogliando il palco di alcuni elementi dell’orchestra, fino a rimanere solo coi veri e propri Tre Allegri: si va da Occhi BassiDi Che Cosa Parla Veramente Una Canzone e paradossalmente è in questa chiave più scarna ed inevitabilmente più vicina alla natura del trio, che il pubblico risponde in maniera più entusiasta, cantando e tenendo il tempo con le mani (tutti a tempo tranne la ragazza dal vino facile, che continua ad avere difficoltà), alcuni anche alzandosi per ballare. 20150320_221412_LLSChiude il tutto La Tatuata Bella, da tradizione brano solo voce senza l’uso degli strumenti, gancio che spinge Toffolo a decretare che a forza di spogliare la musica si è arrivati ai giorni nostri, giorni in cui si collega un lettore mp3 e si ascolta musica “tunz tunz”: il siparietto è eseguito alla lettera dal bassista Enrico Molteni, che rimane sul palco a ballare in maniera scoordinata un brano dalla cassa dritta, fino a quando non è lo stesso Toffolo a rientrare sul palco e portarlo via. Dopo questo momento di spiritoso teatro, ritorna l’ensemble unito per proporci gli ultimi brani in cui il pubblico è tutto in piedi, e si chiude la serata con un reprise del brano d’apertura; dopo le ormai classiche dichiarazioni dello yeti-Toffolo “la vita è cattiva, ma non l’ho inventata io, il concerto è finito ahè!” con conseguente “vaffanculo!” del pubblico, la performance musical-teatrale ha il suo epilogo col consiglio del frontman di iscriversi ad un corso di ballo prima di assistere ad una prossima data della joint-venture TARM+ATJO, corso di ballo al quale deve iscriversi sicuramente anche il loro bassista.
Personalmente ho un debole per questo tipo di operazioni, ovvero il reinventarsi di un gruppo su generi che non gli appartengono, e devo dire che tutto sommato questo esperimento mi ha convinto, mi ha fatto apprezzare maggiormente la vena poetica dei TARM, penalizzandone un po’ inevitabilmente la loro naturale energia rock; un plauso va sicuramente alla ATJO che probabilmente ha fatto la maggior parte del , ma proprio con i loro riarrangiamenti ha saputo evidenziare un aspetto importante dei TARM, ovvero quello delle immagini suscitate nei loro testi, della semplicità dei temi trattati, aggiungendo però con la loro impronta swing una leggerezza additiva che di sicuro non penalizza, ma anzi, riscalda il cuore di chi ascolta e ci lascia con un sorriso sulla bocca, cosa che di questi tempi è sempre più difficile da ottenere.

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